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Rassegna Stampa

Buoni dividendi? Con fondi ed Etf globali dedicati si rischia di meno I consulenti indipendenti rispondono ai lettori su Plus24 de Il Sole 24 Ore

Siamo una coppia di pensionati con figli ormai indipendenti. I nostri risparmi sono in parte gestiti da un consulente della banca ma io, ex bancario, mi diletto nella ricerca di azioni con un buon dividendo. Mi rivolgo da sempre sul mercato che meglio conosco ossia quello italiano. Per questo storicamente mi sono dedicato a investire in utilities come Enel e altre del settore Italgas e A2a.
Ovviamente sono stato pesantemente penalizzato in questo ultimo anno. Per questo vi chiedo se con i rialzi dell’obbligazionario in corso ha senso puntare su queste azioni. E come sono andati i fondi specializzati?

Finché i rendimenti dei bond e del tasso fisso erano a livelli minimi (prima del rialzo repentino dei tassi), le azioni in grado di generare un buon ritorno sono state molto gettonate dagli investitori, anche come alternativa ai tassi zero. Ora la situazione è in parte cambiata, ma tale comparto continua ad essere interessante. I fondi e gli Etf specializzati in azioni che staccano dividendi sono andati relativamente bene in questo periodo di alta volatilità dei mercati con performance superiori a quelle dei principali indici azionari. «Per esempio, da inizio anno il “Vanguard Ftse All-World High Dividend Yield”, un Etf con esposizione ad aziende ad alto dividendo di tutto il mondo, ha avuto una performance del +1,13% contro il -13,4% dell’indice S&P500 o il -17,30% dell’indice Dax nello stesso periodo – fa notare Renato Viero, consulente indipendente, associato Nafop, di RV Capital Partners –. Ancora meglio sono andati gli Etf ad alto dividendo focalizzati sugli Stati Uniti (+12,79% la performance dell’Etf Spdr S&P Usa dividend aristocrats)». La strategia ha quindi funzionato in questo periodo di forti ribassi degli attivi rischiosi.

Il problema del lettore e la ragione della sotto-performance del suo portafoglio, in base a quanto scritto, è da individuarsi principalmente in due elementi.
«Il primo è nella scelta di investire direttamente in singole azioni, limitando così fortemente la diversificazione, ricordo infatti che per ottenere un beneficio di diversificazione simile a quello offerto da un fondo o da un Etf dovrebbero essere presenti almeno 16 azioni in un portafoglio, possibilmente con esposizione a tutte le aree geografiche – spiega Viero –. Un errore comune è quello di identificare due o tre titoli magari appartenenti allo stesso settore (per esempio utilities) e nello stesso mercato di riferimento (ad esempio l’Italia): ciò non soddisfa i requisiti minimi di un approccio diretto e porta ad un’eccessiva concentrazione del rischio».

Il secondo elemento è nella concentrazione delle azioni in Italia, un’area geografica molto specifica ma che non rappresenta adeguatamente il settore globale delle aziende ad alto dividendo. Questo errore comportamentale di investire in ciò che più si conosce, come scrive il lettore stesso, è molto comune e viene definito “home bias”.
Detto questo va sottolineato che le azioni ad alto dividendo sono pur sempre azioni e la società che le emette può sempre smettere di pagare i dividendi e vedere le quotazioni del proprio titolo crollare se la remuneratività, o qualche altro fattore, diminuisce drasticamente le prospettive del titolo: si pensi a Enel (-36% nell’ultimo anno).
Le azioni ad alto dividendo tendono a performare meglio delle altre nei periodi ad alta volatilità dato che sono esposte a settori tendenzialmente più stabili e ad alto cash flow come i beni di prima necessità (consumer staples), quello delle materie prime/materiali o gli industriali. Lo confermano gli ultimi dati del Janus Henderson Global Dividend Index, secondo cui i dividendi staccati a livello globale nel secondo trimestre 2022 ammontano a 544,8 miliardi, con un rialzo dell’11,3%, mentre la crescita sottostante si attesta addirittura al 19,1 per cento. Il 94% delle società nell’indice ha aumentato o confermato i dividendi. Europa e Regno Unito hanno trainato il recupero. «Oltre la metà della crescita sottostante del 72,2% delle distribuzioni in Italia è attribuibile alla normalizzazione dei dividendi bancari – spiega Federico Pons, Country Head Italia di Janus Henderson –. Hanno contribuito positivamente anche la ripresa del dividendo da parte di Atlantia, tornato sui livelli pre-pandemia, e il consistente aumento delle distribuzioni di Eni. Nessuna delle società nel nostro indice ha operato un taglio. I dividendi in Italia hanno le potenzialità per segnare un anno record in euro, per quanto il totale in dollari non eguaglierà il risultato del 2021 per via del tasso di cambio».

Plus24 – Federica Pezzatti

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